Emanuela Bambara
Non è “guerra”, ma “aggressione in contesto conflittuale non convenzionale”.
Così, il colonnello Vittorfranco Pisano, consulente per il Comitato
atlantico in materia di terrorismo – tra i relatori al convegno promosso
dall’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag)
alla Camera dei Deputati, giovedi 19 novembre sul tema: “La guerra alle
porte. Contenere i conflitti del Mediterraneo” – ha definito la strage
in più azioni di venerdi scorso, 13 novembre, a Parigi, nella quale
hanno perso la vita 130 persone e molte sono rimaste ferite.
Per Pisano, il terrorismo jihadaista rappresenta un attacco “globale”,
e dunque, necessita di un intervento coordinato delle Nazioni Unite. I
singoli Stati, però, hanno il “dovere di monitorare e tutelare la
popolazione, il territorio, le risorse, le frontiere”.
La promozione di una “Intelligence premonitoria” può essere uno strumento per una capacità strategica di indagine ai fini prevenzione.
Al tavolo dei relatori al convegno, personalità autorevoli della Sicurezza e della Difesa ed esperti di Geopolitica.
Tra questi: l’on. Stefano Dambruoso, questore della Camera dei
deputati; l’ambasciatore Claudio Pacifico, già primo rappresentante
dell’Italia presso la Lega Araba; l’ammiraglio Mario Rino Me, già
capogabinetto presso il Comitato militare della Nato; il professore
Ranieri Razzante, presidente dell’Associazione italiana
anti-riciclaggio; numerosi studiosi.
“È una guerra post-moderna: sicurezza e dinamiche sociali sono intrecciate”,
ha affermato l’ammiraglio Me. Per l’esperto militare, l’Isis ha
raggiunto il suo punto culminante. E questa “guerra globale”, del nuovo
terrorismo jihadaista, servirebbe ad altri interessi. Per esempio,
l’improvviso “silenzio” sul conflitto arabo-israeliano, proprio quando
sembrava ormai in fase di compimento il riconoscimento dello Stato della
Palestina.
Tra le principali cause di destabilizzazione dell’area
mediterranea, secondo gli esperti, vi sarebbero la guerra in Iraq, del
2003, le cosiddette primavere arabe, del 2010. “Abbiamo
provocato o incoraggiato cambiamenti che sono all’origine di
destabilizzazione di tutta l’area mediterranea”, ha affermato Pacifico.
“Vite di milioni innocenti sono state scarificate a causa degli errori
compiuti. E abbiamo mostrato un doppio pesismo: ogni giorno muoiono in
Siria circa 300 civili, nel silenzio generale”. Poi: “Questo tentativo
di ‘balzo in avanti’ verso la democrazia è fallito e ha portato
all’avanzata del radicalismo islamico e del terrorimo".
Dal Rapporto dell’IsAG, Libia e Siria sono i Paesi “fuori controllo”, come “buchi neri” di destabilizzazione dell’intera regione araba.
Il Qatar, che abbiamo considerato “alleato” – spiega
Pacifico –, “ha grandi responsabilità di aiuto alle forze nemiche”. La
Russia è “un protagonista di prima entità, con un ruolo positivo”.
Sulla necessità che Russia e Stati Uniti d’America siano partners paritari alla guida di un’alleanza delle Nazioni Unite per debellare l’Isis, concordano tutti
gli intervenuti al convegno dell’IsAG. Le altre soluzioni proposte, di
prevenzione e repressione del terrorismo in Europa, sono: lo scambio di
informazioni e il collegamento dei database alle frontiere attraverso il
Servizio europeo antiterrorismo; una riforma del diritto europeo sulla privacy per
introdurre limitazioni che rendano più efficace l’attività
investigativa; elaborare un modello di sicurezza condiviso, tra servizi
d’informazione, magistratura e forze dell’ordine, e strategie comuni
nell’ambito dell’Unione Europea.
Per quanto riguarda la situazione italiana, l’onorevole Dambruoso ha riferito di alcune novità legislative
introdotte nel decreto legge anti-terrorismo del febbraio 2015,
convertito in legge ad aprile, per rendere più “incisiva” l’azione della
magistratura contro il terrorismo: l’istituzione del procuratore unico
nazionale anti-terrorismo come figura unica di coordinamento, così come
avviene per i reati di mafia, e il reato di “propaganda di ideologia
terrorista”.
In Italia, i soggetti monitorati come “a rischio” terrorismo sarebbero un centinaio. In Francia, sono circa 1200 nella sola area di Parigi.
Per il presidente dell’IsAG, Tiberio Graziani, “l’Italia può essere determinante”
ai fini dell’elaborazione di una strategia di sicurezza condivisa. Il
suggerimento dell’analista: ripartire dagli accordi Nato firmati a
Pratica di Mare nel maggio 2002.
Per quanto riguarda i rapporti tra terrorismo e fanatismo islamico,
a margine dell’attentato di Parigi, per la geo-politologa, esperta di
islamismo, Biancamaria Scarcia Moretti, “non si possono definire
musulmani integralisti o fanatici i terroristi, peraltro dediti all’uso
di alcool e di droga”. “I kamikaze sono la negazione dell’Islam”, ha
detto Scarcia Moretti. Nel Corano, “la ‘guerra santa’
deve garantire la difesa dell’Islam come la ‘migliore comunità
possibile’. In questo senso vanno interpretate la “grande jihad”,
militare, e la “piccola jihad”, interiore-spirituale. Il capo deve
essere un modello esemplare”. La studiosa ha posto alcune domande in
cerca di risposta: “Come è stato possibile che la comunità musulmana non
abbia espulso i due terroristi dediti a stili di vita contrari al
Corano? E come sono avvenute le falle nel sistema di sicurezza che hanno
consentito tanta libertà di movimento e di organizzazione agli
attentatori?” E ha concluso: “Rispondere con la guerra è banale e
pericoloso. Viviamo in un mondo globale. Bisogna capire chi dirige la
rotta di un Occidente che appare confuso e spregiudicato”.