mercoledì 26 ottobre 2011

GHEDDAFI, L'ONTA DEMOCRATICA

Eccolo, il terribile dittatore, il padre-padrone del popolo libico riscattato dalla condizione tribale o l'eroe del Continente nero. Braccato come un animale, linciato, umiliato, martoriato, sodomizzato e ucciso, in modo indegno da uomo, da uomini indegni.
Non era fuggito all'estero con ori e preziosi. Era rimasto a Sirte, nel cuore della Libia, dove era nato. Nella provincia italiana. Il Colpo di Stato che aveva guidato nel 1969, giovane animato di ideali e sentimentalismi patriottici con ambizioni nazionaliste arabe, era motivato dall'accusa di corruzione al re Idris I, giudicato troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia. Stati Uniti e Francia rivendicano oggi con orgoglio la sua vergognosa morte. Difficile credere che sia stata voluta dalla democrazia e agita dalle istanze democratiche. Si, era un terribile dittatore, il padre-padrone dl popolo libico riscattato dalla condizione tribale, l'eroe nero del Continente Nero. Non il più terribile, forse. Comunque, la sua morte terribile imbratta di sangue il buon nome della democrazia, da troppo tempo assente dai convivi occidentali.
Sono i suoi uccisori i portatori della democrazia? Sono questi gli eroi della liberazione libica? Su di loro si fondano le speranze di civiltà? E noi, noi occidentali, sediamo legittimanente al tavolo del tribunale democratico insieme ai beduini? Che tempo triste, per la giustizia umana. E per la nostra Italia, serva vile alla berlina di Stati Uniti e Francia, pronta a tradire coloro che dichiara amici, incapace di difendere perfino la propria dignità. Povera Italia, tenuta al laccio dei poteri stranieri, portata in giro per il cortile dei consessi internazionali, mansueta nell'eseguire gli ordini dei padroni e poi rintanarsi nella cuccia per non partecipare ai lugubri festeggiamenti, cacciata perfino da sotto la tavola degli scandalosi banchetti in onore della democrazia. Guardate, il posto a tavola della festeggiata è vuoto. La democrazia è assente, perché rinchiusa nelle sue segrete stanze, a causa di una grave maldisposizione.

Scriveva il 5 agosto Muammar Gheddafi al nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Sono rimasto sorpreso per l'atteggiamento di un amico con cui ho concluso un trattato di amicizia favorevole ai nostri due popoli. Avrei sperato che da parte tua ti interessassi almeno ai fatti e che tentassi una mediazione prima di dare il tuo sostegno a questa guerra. Non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so bene che non eri favorevole a quest'azione nefasta, che non fa onore a te e al popolo italiano. Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l'interesse dei nostri popoli. Siate certi che sia io sia il mio popolo siamo disposti a dimenticare e a voltare questa pagina nera nei rapporti privilegiati che legano il popolo libico al popolo italiano. Ferma questi bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici e i nostri figli. Parla con i tuoi amici e con i vostri alleati per fermare questa aggressione contro il mio Paese. Spero che Dio Onnipotente ti guiderà sul cammino della giustizia".
Ma, Dio, con qualsiasi nome lo si chiami, è rimasto in silenzio. E anche Berlusconi.

martedì 4 ottobre 2011

Giustizia. Una parola svuotata di senso, umiliata in un meccanismo di procedure guidate dal motore dell'opportunità e dell'opportunismo, senza più rapporto con la verità e neppure con la verosimiglianza. Senza più rapporto con l'etica.
Il Dipartimento di Stato Americano si complimenta per l'"attenta considerazione della vicenda di Perugia nell'ambito del sistema giudiziario italiano". In breve, si complimenta per l'assoluzione di una cittadina americana accusata di omicidio di una ragazza inglese. Complimenti che suonano offensivi per i nostri giudici e il nostro Paese e indizio di una superbia nazionalista che dovrebbe suonare pericolosa per chi ancora crede che la giustizia non sia una parola senza significato e senza valore.
Un fatto quantomeno curioso che il processo ad un imputata sia stato trasformato in un processo agli Stati Uniti d'America, come avviene ogniqualvolta l'imputato in un processo non americano sia un cittadino americano. L'America si arroga il diritto di decidere chi sia colpevole o innocente nel mondo, con il presupposto indiscutibile che l'America e gli americani siano sempre innocenti se giudicati dai non americani. Così  Amanda Knox è diventata una "questione di Stato".  Senza conoscere davvero né il sistema giudiziario italiano - peraltro giudicato uno dei migliori del mondo - né le dinamiche del delitto né gli indizi, i media statunitensi hanno condotto una "guerra di civiltà" nella forma di una delegittimazione di una eventuale sentenza di condanna della loro cittadina.
Aldilà degli esiti del processo di Perugia, se siano stati messi in libertà due assassini della giovane Meredith o due innocenti, c'è un aspetto della vicenda che va trattato con opportuna attenzione. La pretesa degli Stati Uniti d'America che nessuno giudichi gli americani. Gli americani sono convinti di essere la luce del mondo, che combatte contro le tenebre. E dimenticano che "il  più luminoso" è anche "il più oscuro". "Noi abbiamo una Repubblica costituzionale talmente unica, talmente preziosa, di così grande successo, che sarebbe la più completa follia porre il collo sotto il giogo di qualsiasi altra nazione. San Paolo ci ammonisce: 'Non vogliate porvi sotto un giogo diverso con gli infedeli'. Quale comunanza è possibile tra la giustizia e l'iniquità? Ovvero, che cosa ha in comune la luce con le tenebre?", dichiara la controversa scrittrice Phillys Schlafly, interpretando un pensiero diffuso negli Usa, agli alti vertici della politica come nei più infimi quartieri della Grande Mela. Per gli americani, qualsiasi giudizio "straniero" sul loro agire, come Stato e come singoli cittadini, è illegittimo e, anzi, un attentato alla loro sovranità. Sono convinti di interpretare la giustizia in persona e di avere Dio dalla propria parte. Il mondo può solo servire l'America, ammirarla e seguirla.

lunedì 3 ottobre 2011

Articolo pubblicato su "Gazzetta del Sud", il 13 agosto 2009
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La proposta di Cattaneo fu sconfitta, da quella di Mazzini nacque l'Italia


La storia ha i suoi vincitori, ma essi non sono tali per sempre di diritto. Accade che coloro che furono i vinti prendano il posto dei vincitori, attraverso una naturale dialettica, o che provino piuttosto a cambiare, in un modo o nell'altro, la narrazione dei fatti e il finale degli eventi. È quanto sembra stia avvenendo con le recenti polemiche da parte di alcuni esponenti della Lega intorno al tricolore nazionale, con la rivendicazione di una valorizzazione legislativa e burocratica delle tradizioni regionali a partire dal riconoscimento delle bandiere regionali.
Nonostante l'apparente legittimità culturale, tale pretesa attenta alla radice e all'essenza del concetto e dei principi della nazione e dello Stato italiano, com'è nato e si è costituito: unitario, nazionale repubblicano costituzionale democratico. Così lo concepì Mazzini, nella missione che guidò il Risorgimento e il cammino di liberazione politica degli italiani, così lo intesero i padri costituenti, che posero nella Carta costituzionale i fondamenti etici e giuridici per la vita e l'organizzazione della Repubblica italiana.
Le posizioni leghiste sono il sintomo di un lombardismo montante, erede, più o meno legittimo, di teorie dello Stato rimaste sconfitte nella dialettica storica, ma tutt'altro che rassegnate. All'alba dell'unificazione italiana, quando l'Italia non era ancora, nella sua espressione politica, «una d'arme, di lingua, d'altar/di memorie, di sangue e di cuore», come scriveva il Manzoni, si trovarono contrapposte tra loro due proposte: quella unitaria, fondata sull'idea di «un popolo e una nazione», del genovese Giuseppe Mazzini, e quella federalista del milanese Carlo Cattaneo, di una confederazione di libere repubbliche cittadine autonome, sul modello della confederazione italica del 90 a.C. o dei moderni cantoni svizzeri.
Nel 1848 Cattaneo intitolò il suo giornale «Il Cisalpino», nell'ambito di un progetto e di un impegno politico tutti orientati al Nord dello Stivale, secondo una cultura liberale individualista e non democratica, qual era invece quella di Mazzini e che è il fondamento della Repubblica italiana. Per lo storico Alessandro Luzio, dietro il confronto tra le due diverse concezioni di Stato vi fu lo scontro tra la Massoneria internazionale, anticattolica e anticlericale, che aveva in Cattaneo il proprio scudiero, e la Carboneria, patriottica e cattolica, di cui fu a capo Mazzini, che il critico Giovanni Gentile definì, con Vincenzo Gioberti, «profeta del Risorgimento» e «guida spirituale della nostra esistenza nazionale».
Nella realtà storica, il progetto mazziniano ebbe la meglio, e fu il progenitore dell'Italia in cui viviamo e crediamo. Il perdente Cattaneo, paladino di un federalismo considerato quale «unica possibil teorica della libertà», si rifiutò di entrare in Parlamento e riconoscere legittimità all'ordinamento nazionale vincitore.
I rappresentanti della Lega, che di Cattaneo si dicono figli e fratelli di pensiero, cercano di cambiare la storia ricorrendo a una diversa strategia politica. Utilizzano, infatti, il loro ruolo istituzionale per realizzare un vero e proprio attentato, dall'interno, e innanzitutto culturale, ai principi fondanti della Repubblica italiana, a cominciare dal più originario e fondamentale, dell'unità e indivisibilità, di cui il Capo dello Stato è eletto rappresentante e custode.
All'articolo 12, tra i principî fondamentali della Costituzione, si cita espressamente il tricolore: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Il rifiuto della bandiera nazionale, che si cela nella richiesta, apparentemente innocua e, anzi, legittima, di un riconoscimento ufficiale delle bandiere regionali, in nome della valorizzazione della cultura e della storia locale, non è che uno, e non poco grave, dei tanti atti in cui si traduce la determinazione del vinto federalismo lombardo – o meglio, di un novello federalismo lumbard, che del vecchio federalismo si fa interprete ed esecutore – a espropriare e usurpare la coppa del vincitore al progetto mazziniano, per destituire il popolo italiano e proclamare il popolo padano di uno Stato padano, mai esistito nella storia che si vuol cambiare, imponendo sul podio dei vincitori, indegnamente e con un atto di forza, il defunto Cattaneo, sconfitto.
Nel far questo, però, la Lega tradisce perfino il pensiero e gl'intenti di colui che dichiara essere il proprio mandante di pensiero. Infatti proprio il lombardo Cattaneo scriveva con orgoglio, nel 1859, che il tricolore «fu dato alla Cisalpina e fu simbolo di rivoluzione». «Il nostro esercito non lo ha abbandonato e, persino dopo la conquista di Parigi e la caduta di Napoleone, sventolava alla testa dei nostri poveri battaglioni incalzati da Lord Bentick», spiegava. E così, «da logora bandiera d'esercito divenne nuova bandiera di nazione, palladio perpetuo di fraternità pensante e militante».
I leghisti imparino che per cambiare la storia bisogna prima ben conoscerla, per non rischiare di combattere per cause sbagliate nel nome sbagliato e con vessilli inesistenti.


Il tricoloreitaliano, come altre bandiere, si ispira alla bandiera francese introdotta con la rivoluzione del 1789. Quando l'armata di Napoleone attraversò l'Italia, a partire dal marzo 1796, bandiere di foggia tricolore vennero adottate dalle neonate repubbliche giacobine.
Il primo esempiodi tricolore italiano fu adottato l'8 ottobre 1796 come distintivo della guardia civile milanese, la Legione Lombarda, e subito dopo dalla Legione Italiana composta da soldati emiliani. Il bianco e rosso dell'antico stemma comunale di Milano fu abbinato al verde, colore delle uniformi della Guardia civile milanese.
Il tricoloreitaliano fu decretato il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia come bandiera della Repubblica Cispadana (che comprendeva i territori di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio). La disposizione dei colori era orizzontale, con il rosso in alto.
Il tricolorea bande verticali, come lo conosciamo oggi, venne ereditato dalla Repubblica Cisalpina (1797-1802). Per la Repubblica Italiana (1802-1805) vennero conservati i colori ma la forma mutò. Con la Restaurazione, il tricolore italiano venne abbandonato ovunque, quale simbolo del trascorso regime napoleonico.
Il tricolorericomparve d'improvviso in Italia un po' dappertutto alla fine del 1847: veniva riconosciuto, pur nella diversità di fogge e stemmi, come "bandiera nazionale".
Nel 1861il tricolore, con lo stemma di Casa Savoia, divenne bandiera ufficiale del Regno d'Italia. Alla nascita della Repubblica lo stemma fu abolito e il tricolore tornò quello del 1798.

venerdì 23 settembre 2011

In risposta a Antonio Padoa Schioppa

Stamattina ho fatto un sogno. Un sogno ad occhi aperti, con la mente aperta e il cuore chiuso, invece, a proteggere le nostre sofferenze nazionali dagli sguardi indiscreti dei coinquilini planetari. Ho sognato che il Presidente della Repubblica annunciasse che tutti i nostri Parlamentari, non soltanto il presidente del Consiglio, avessero deciso di dimettersi, per riconosciuta incapacità a governare il Paese e, anche, a rappresentarlo.

Il mio sogno, però, non è finito qui. Ho sognato che anche molti illustri sognatori avessero comunicato di dimettersi dalla carica di intellettuali ufficiali, per lasciare il posto a nuove autentiche intelligenze, davvero qualificate, almeno auspicabilmente, a trovare, almeno cercare, con invenzione e preveggenza, soluzioni idonee e risolutive, perlomeno nel medio periodo, alla crisi complessa in cui siamo immersi, economica e finanziaria, imprenditoriale, politica, culturale, antropologica-identitaria. E tra questi, mi spiace dirlo, c’era anche Antonio Padoa Schioppa, il quale, evidentemente dopo una cena indigesta, sulle pagine de “Il fatto quotidiano”, ci ha raccontato il suo sogno notturno, certamente condivisibile nella sua impostazione iniziale, di un cambiamento radicale alla guida dell’Italia, ma davvero di basso profilo utopistico nel sognare, appunto, come alternativa, una soluzione che di meraviglioso e confortante ha proprio ben poco.
L’analisi che l’economista propone è già viziata in partenza da un presupposto per nulla dimostrato, che la recessione economica che affligge il bel Stivale sia «nata fuori dai nostri confini». In realtà, un esperto conoscitore del gioco finanziario internazionale dovrebbe saperlo, la crisi è stata generata dentro e fuori i confini nazionali, contestualmente. Una crisi globale ha cause globali e richiede soluzioni globali. Il tracollo economico-finanziario dell’Occidente è stato generato dalla supremazia di una finanza virtualizzata sull’economia reale e sulla politica, anche su scala nazionale. Tutti i Paesi occidentali hanno partecipato attivamente al Grande Gioco della finanza, che, come ogni gioco, prevede un vincitore e tanti sconfitti. Succede, però, che anche chi pensi di controllare il gioco, perfino truccandolo, resti sconfitto, vittima dei meccanismi del caso.
La malata mondializzazione economico-finanziaria guidata dell’Occidente è arrivata in fin di vita, adesso occorre una nuova mondializzazione, umanista, solidale e democratica, che usi il mezzo e la strategia di attenuare le sperequazioni sociali ed economiche all’interno delle comunità nazionali e a livello globale, appunto.  Servono, allora, nuove regole, un nuovo sistema finanziario che restituisca all’economia la dignità di scienza. E una politica che ritrovi una coscienza civile e responsabilità di civilizzazione.
I “sogni” di Padoa Schioppa non sono proprio in questa prospettiva.  
Ove dichiara, con scarsa lucidità visionaria, che «la cura per la salvezza del Paese richiede un innalzamento rapido dell’età pensionabile, un’estensione del ticket sanitario e l’aumento delle ore lavorate a parità di stipendio», propone soluzioni  già sentite, purtroppo, forse facili da pensare, anche per chi si intenda poco di economia, ma che un economista non dovrebbe proprio contemplare, piuttosto, neanche nell’incoscienza di un incubo.  Per una ragione etica, innanzitutto, perché, anche questo è facile pensare, si tratta tutti di interventi tutt’altro che ispirati al principio di equità, che non sanerebbero affatto le sperequazioni, anzi, le aggraverebbero, provocando una recessione più grave perfino di quella che stiamo vivendo, perché riguarderebbe la sfera dei diritti umani e civili, trasformandosi, quindi, in una vera e propria crisi di civiltà, anzi, in un processo di imbarbarimento. Peraltro, inutile a risolvere alle fondamenta la rovina economica-finanziaria che ci travolge.
Impoverire i lavoratori, imprigionarli in orari disumani, tenerli in ostaggio dell’attività lavorativa finché vita li conservi, non fornirebbe affatto i mezzi per l’investimento, anzi, bloccherebbe lo sviluppo economico e la vitalità sociale. Piuttosto, porterebbe nuove risorse alle casse degli enti previdenziali, come anche alla fiducia dei lavoratori e, quindi, agli investimenti, l’aiuto legislativo e fiscale ai contratti a tempo indeterminato. Soluzione di facile ideazione, anche questa, e pure più efficace, ma, chissà perché, meno gettonata dagli intellettuali più o meno sognatori.
Anche per quanto riguarda la Giustizia, Padoa Schioppa sogna proprio in piccolo: riduzione delle garanzie del diritto, attraverso l’esecutività del primo grado e lo “sfoltimento” degli appelli e dei ricorsi e con la proposta di costruzione di nuove carceri, piuttosto che optare per soluzioni ben più efficienti per il sovraffollamento penitenziario, come l’uso del braccialetto elettronico per arresti domiciliari per condanne fino a cinque anni.

Il nostro sogno, di cittadini italiani, è che la Sinistra torni a fare sogni di Sinistra, non di Destra, visto che la Destra, con coerenza, non fa’ certo sogni di Sinistra.

Il “nuovo governo” che ha fatto sognare Padoa Schioppa è, poi, poco nuovo, nella sua composizione, e molto poco favoloso. Per qualcuno, come me, è perfino un brutto sogno pensare a Emma Bonino alla guida di un Governo composto dai soliti nomi noti, seppure fuori della politica, ma non da gruppi di potere: Ichino, Morando, Zagrelbesky. Tutte persone “perbene”, certamente, ma che, ci pare, hanno una certa età anagrafica e professionale e, pure, nulla hanno proposto, dagli scranni della notorietà pubblica, per servire la rinascita italiana con un progetto di largo respiro culturale e morale e ispirato all’interesse di tutti e, soprattutto, dei più deboli. Non ci dispiace, è vero, pensare a Mario Monti come ministro dell’Economia o Ferruccio De Bortoli all'Informazione. Ma, il prof. Antonio Padoa Schioppa sogna un Governo tutto di maschi, a parte la solitaria Prestigiacomo, unica salvata, tra l’altro (per quale merito? Non per avere coperto sotto segreto di Stato la concessione di servizi a Finmek Selex Service- Finmeccanica per la tracciabilità dei rifiuti, peraltro mai realizzata), dalla politica di professione e dall’attuale Governo.
Un sogno dovrebbe osare di più, molto di più.
Se proprio dobbiamo sognare, meglio immaginare un vero grande cambiamento nella concezione della politica e del potere, affidando alle donne la responsabilità di riorganizzare il sistema economico e sociale del nostro Paese. Questo è il sogno di Ipazia Preveggenza Tecnologica, per esempio: un Governo delle Donne (pubblicato sul sito ipaziapreveggenzatecnologica.it e come gruppo su facebook). Con Fiorella Kostoris Padoa Schioppa come presidente del Consiglio, Emma Bonino ministro degli Esteri, Loretta Napoleoni ministro dell’Interno, Giulia Bongiorno ministro della Giustizia, Roberta Pinotti ministro della Difesa, Elisabetta Addis ministro di Economia e Finanza, Chiara Saraceno ministro dello Sviluppo economico, Graziella Romito ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Claudia Bettiol ministro dell’Ambiente e della tutela del mare, Ermina La Bruna ministro di Ifrastrutture e trasporti, Linda Sabbadini ministro del Lavoro, Nerina Dirindin ministro della Salute, Silvia Costa ministro dell’Istruzione, università e ricerca,  Tindara Addabbo ministro dei Beni e attività culturali.
Un sogno troppo spinto da sognare? Eppure, sì, è davvero tempo di coraggio, è tempo di donne.