Eccolo, il terribile dittatore, il padre-padrone del popolo libico riscattato dalla condizione tribale o l'eroe del Continente nero. Braccato come un animale, linciato, umiliato, martoriato, sodomizzato e ucciso, in modo indegno da uomo, da uomini indegni.
Non era fuggito all'estero con ori e preziosi. Era rimasto a Sirte, nel cuore della Libia, dove era nato. Nella provincia italiana. Il Colpo di Stato che aveva guidato nel 1969, giovane animato di ideali e sentimentalismi patriottici con ambizioni nazionaliste arabe, era motivato dall'accusa di corruzione al re Idris I, giudicato troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia. Stati Uniti e Francia rivendicano oggi con orgoglio la sua vergognosa morte. Difficile credere che sia stata voluta dalla democrazia e agita dalle istanze democratiche. Si, era un terribile dittatore, il padre-padrone dl popolo libico riscattato dalla condizione tribale, l'eroe nero del Continente Nero. Non il più terribile, forse. Comunque, la sua morte terribile imbratta di sangue il buon nome della democrazia, da troppo tempo assente dai convivi occidentali.
Sono i suoi uccisori i portatori della democrazia? Sono questi gli eroi della liberazione libica? Su di loro si fondano le speranze di civiltà? E noi, noi occidentali, sediamo legittimanente al tavolo del tribunale democratico insieme ai beduini? Che tempo triste, per la giustizia umana. E per la nostra Italia, serva vile alla berlina di Stati Uniti e Francia, pronta a tradire coloro che dichiara amici, incapace di difendere perfino la propria dignità. Povera Italia, tenuta al laccio dei poteri stranieri, portata in giro per il cortile dei consessi internazionali, mansueta nell'eseguire gli ordini dei padroni e poi rintanarsi nella cuccia per non partecipare ai lugubri festeggiamenti, cacciata perfino da sotto la tavola degli scandalosi banchetti in onore della democrazia. Guardate, il posto a tavola della festeggiata è vuoto. La democrazia è assente, perché rinchiusa nelle sue segrete stanze, a causa di una grave maldisposizione.
Scriveva il 5 agosto Muammar Gheddafi al nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Sono rimasto sorpreso per l'atteggiamento di un amico con cui ho concluso un trattato di amicizia favorevole ai nostri due popoli. Avrei sperato che da parte tua ti interessassi almeno ai fatti e che tentassi una mediazione prima di dare il tuo sostegno a questa guerra. Non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so bene che non eri favorevole a quest'azione nefasta, che non fa onore a te e al popolo italiano. Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l'interesse dei nostri popoli. Siate certi che sia io sia il mio popolo siamo disposti a dimenticare e a voltare questa pagina nera nei rapporti privilegiati che legano il popolo libico al popolo italiano. Ferma questi bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici e i nostri figli. Parla con i tuoi amici e con i vostri alleati per fermare questa aggressione contro il mio Paese. Spero che Dio Onnipotente ti guiderà sul cammino della giustizia".
Ma, Dio, con qualsiasi nome lo si chiami, è rimasto in silenzio. E anche Berlusconi.
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