domenica 22 novembre 2015

 ECCO COME COMBATTERE LA GUERRA "POSTMODERNA"!

Emanuela Bambara

Non è “guerra”, ma “aggressione in contesto conflittuale non convenzionale”. Così, il colonnello Vittorfranco Pisano, consulente per il Comitato atlantico in materia di terrorismo – tra i relatori al convegno promosso dall’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag) alla Camera dei Deputati, giovedi 19 novembre sul tema: “La guerra alle porte. Contenere i conflitti del Mediterraneo” – ha definito la strage in più azioni di venerdi scorso, 13 novembre, a Parigi, nella quale hanno perso la vita 130 persone e molte sono rimaste ferite.

Per Pisano, il terrorismo jihadaista rappresenta un attacco “globale”, e dunque, necessita di un intervento coordinato delle Nazioni Unite. I singoli Stati, però, hanno il “dovere di monitorare e tutelare la popolazione, il territorio, le risorse, le frontiere”. 
 
La promozione di una “Intelligence premonitoria” può essere uno strumento per una capacità strategica di indagine ai fini prevenzione.

Al tavolo dei relatori al convegno, personalità autorevoli della Sicurezza e della Difesa ed esperti di Geopolitica. Tra questi: l’on. Stefano Dambruoso, questore della Camera dei deputati; l’ambasciatore Claudio Pacifico, già primo rappresentante dell’Italia presso la Lega Araba; l’ammiraglio Mario Rino Me, già capogabinetto presso il Comitato militare della Nato; il professore Ranieri Razzante, presidente dell’Associazione italiana anti-riciclaggio; numerosi studiosi.

“È una guerra post-moderna: sicurezza e dinamiche sociali sono intrecciate”, ha affermato l’ammiraglio Me. Per l’esperto militare, l’Isis ha raggiunto il suo punto culminante. E questa “guerra globale”, del nuovo terrorismo jihadaista, servirebbe ad altri interessi. Per esempio, l’improvviso “silenzio” sul conflitto arabo-israeliano, proprio quando sembrava ormai in fase di compimento il riconoscimento dello Stato della Palestina.

Tra le principali cause di destabilizzazione dell’area mediterranea, secondo gli esperti, vi sarebbero la guerra in Iraq, del 2003, le cosiddette primavere arabe, del 2010. “Abbiamo provocato o incoraggiato cambiamenti che sono all’origine di destabilizzazione di tutta l’area mediterranea”, ha affermato Pacifico. “Vite di milioni innocenti sono state scarificate a causa degli errori compiuti. E abbiamo mostrato un doppio pesismo: ogni giorno muoiono in Siria circa 300 civili, nel silenzio generale”. Poi: “Questo tentativo di ‘balzo in avanti’ verso la democrazia è fallito e ha portato all’avanzata del radicalismo islamico e del terrorimo".
 
Dal Rapporto dell’IsAG, Libia e Siria sono i Paesi “fuori controllo”, come “buchi neri” di destabilizzazione dell’intera regione araba.

Il Qatar, che abbiamo considerato “alleato” – spiega Pacifico –, “ha grandi responsabilità di aiuto alle forze nemiche”. La Russia è “un protagonista di prima entità, con un ruolo positivo”.

Sulla necessità che Russia e Stati Uniti d’America siano partners paritari alla guida di un’alleanza delle Nazioni Unite per debellare l’Isis, concordano tutti gli intervenuti al convegno dell’IsAG. Le altre soluzioni proposte, di prevenzione e repressione del terrorismo in Europa, sono: lo scambio di informazioni e il collegamento dei database alle frontiere attraverso il Servizio europeo antiterrorismo; una riforma del diritto europeo sulla privacy per introdurre limitazioni che rendano più efficace l’attività investigativa; elaborare un modello di sicurezza condiviso, tra servizi d’informazione, magistratura e forze dell’ordine, e strategie comuni nell’ambito dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la situazione italiana, l’onorevole Dambruoso ha riferito di alcune novità legislative introdotte nel decreto legge anti-terrorismo del febbraio 2015, convertito in legge ad aprile, per rendere più “incisiva” l’azione della magistratura contro il terrorismo: l’istituzione del procuratore unico nazionale anti-terrorismo come figura unica di coordinamento, così come avviene per i reati di mafia, e il reato di “propaganda di ideologia terrorista”.

In Italia, i soggetti monitorati come “a rischio” terrorismo sarebbero un centinaio. In Francia, sono circa 1200 nella sola area di Parigi.

Per il presidente dell’IsAG, Tiberio Graziani, “l’Italia può essere determinante” ai fini dell’elaborazione di una strategia di sicurezza condivisa. Il suggerimento dell’analista: ripartire dagli accordi Nato firmati a Pratica di Mare nel maggio 2002.

Per quanto riguarda i rapporti tra terrorismo e fanatismo islamico, a margine dell’attentato di Parigi, per la geo-politologa, esperta di islamismo, Biancamaria Scarcia Moretti, “non si possono definire musulmani integralisti o fanatici i terroristi, peraltro dediti all’uso di alcool e di droga”. “I kamikaze sono la negazione dell’Islam”, ha detto Scarcia Moretti. Nel Corano, “la ‘guerra santa’ deve garantire la difesa dell’Islam come la ‘migliore comunità possibile’. In questo senso vanno interpretate la “grande jihad”, militare, e la “piccola jihad”, interiore-spirituale. Il capo deve essere un modello esemplare”. La studiosa ha posto alcune domande in cerca di risposta: “Come è stato possibile che la comunità musulmana non abbia espulso i due terroristi dediti a stili di vita contrari al Corano? E come sono avvenute le falle nel sistema di sicurezza che hanno consentito tanta libertà di movimento e di organizzazione agli attentatori?” E ha concluso: “Rispondere con la guerra è banale e pericoloso. Viviamo in un mondo globale. Bisogna capire chi dirige la rotta di un Occidente che appare confuso e spregiudicato”.

martedì 12 febbraio 2013

IL VENTO CHE SPINGE PAPA RATZINGER




11 febbraio 2013. C’è vento, a Roma. Forte e caldo, nonostante l’aria fredda. Lo stesso vento che giunse ospite improvviso, in San Pietro, il 4 aprile del 2005, a sollevare le vesti dei cardinali e scompigliare i capelli dei presenti, insieme all’ordine cerimoniale, sfogliando le pagine della Bibbia, durante i funerali di Giovanni Paolo II, officiati dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. È il vento dello Spirito, si disse. «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai né dove viene né dove va, e così è chiunque nato nello Spirito», sono le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni (3,7).
Il vento soffia forte, a Roma e nel mondo, l’11 febbraio 2013, a portare la Notizia. Benedetto XVI si è dimesso dal soglio pontificio. Papa Ratzinger ha rinunciato al ministero petrino con data effettiva il 28 febbraio. Lo ha comunicato ai cardinali riuniti in Concistoro, colti di sorpresa, di tristezza, forse di sgomento, come tutti i cattolici che sono stati informati dai media. No, non è possibile, sarà una notizia falsa, come tante in tv, su Internet, sui giornali…Non è una notizia falsa. È il vento dello Spirito, che guida la Chiesa
Lo aveva ricordato, Benedetto XVI, nel discorso di chiusura al Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, lo scorso ottobre: «Anche se la Chiesa sente venti contrari, tuttavia, sente soprattutto il vento dello Spirito Santo, che ci aiuta e ci mostra la strada giusta». È questa, dunque, la strada giusta nel difficile e sofferto pontificato di Benedetto XVI, ferito da critiche e scandali, da lotte interne e da cambiamenti esterni, che chiedono al Capo della Chiesa il“Gran Coraggio”. Un gesto da Papa, che, come disse il Petrarca a commento della più famosa tra le sette, ormai, abdicazioni pontificie, quella di Celestino V, nel 1294, lo pone tra gli Eletti, della Chiesa Romana e della storia. 
Il riferimento più opportuno ai precedenti di una scelta così importante nella vita della Chiesa, come l’ha definita il Papa  nel saluto ai Porporati, è piuttosto a Clemente I, il primo dei Pontefici dimissionari, già nel primo secolo della Cristianità. In una lettera ai Corinzi, lamentava i personalismi, le ambizioni, le rivalità all’interno della Chiesa e invitava alla pace e alla concordia tra fratelli, nello spirito del Vangelo. Parole simili a quelle più volte pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi tempi. «Le mie forze non sono più adeguate ad esercitare il ministero petrino», ha detto il Padre della Chiesa. E le sue parole valgono più di quella lettera agli abitanti di Corinto. Lasciano l'eredità di un Concilio. Si dimette, ha detto, dall'ufficio di vescovo di Roma. Si, perché dietro la pesante coltre di divina sacralità che ricopre il ministero del Pontefice, questi è, come Pietro, "primus inter pares", il primo tra eguali. Così dovrebe essere, e con queste dimissioni, Papa Ratzinger lo ricorda.
All’Angelus, domenica, aveva affermato: «La debolezza umana non deve far paura, se Dio chiama. Bisogna aver fiducia nella sua forza, che agisce proprio nella nostra povertà». Non bisogna aver paura di riconoscere la propria debolezza, anzi, è qui la forza dello Spirito, umano e di Dio. La scelta delle dimissioni non è una scelta debole, tutt'altro. La portata teologica e pastorale è di enorme potenza. Il popolo di Dio l'ha capito e apprezzato, nonostante troppi tra coloro che dovrebbero essergli fedeli si sforzino, invece, di ridimensionare la portata storica di un atto dirompente nelle abitudini di apparato ecclesiale. Sarebbe, questo, l'ultimo tradimento. Il Papa non va "difeso", ma ascoltato. Il vento che lo porta è amico della Chiesa, lasciamo che parli in tutta la sua forza, seguiamo la strada che ci indica, perché sa da dove viene e dove va.
È l’11 febbraio, il giorno dell’abdicazione di Benedetto XVI. Una data importante nella storia della Chiesa. Nel 1858, la Madonna appariva per la prima volta a Bernadette, presentandosi come l’Immacolata Concezione. Nel 1929, furono siglati i Patti Lateranensi, tra Repubblica italiana e Città del Vaticano. D’ora in poi, il 2013 sarà ricordato nella storia dell’umanità come l’anno del “Gran Gesto”, di un grande Papa e di un grande Pontificato.

giovedì 31 gennaio 2013

IL GRILLO PARLANTE NEL 2002

Una gentile ospite del blog www.forum.net, daniela la notturna, ha avuto la cortesia di postare stralci di una mia intervista a Beppe Grillo nel 2002, in occasione della messa in scena della commedia "Le Rane" di Aristofane nel teatro greco di Siracusa. Penso sia utile riproporvela.

A Siracusa, quest'anno, sono state rappresentate "Le Rane" di Aristofane. Un caso?
Beppe Grillo: "Non so. Certo la saggezza degli antichi aveva precorso tutto. Perché i Greci si occupavano di problemi universali, si interrogavano sulle virtù, sulla giustizia, sulla felicità, sull'anima. E l'anima è la stessa per gli uomini di tutti i tempi. Viviamo in un'epoca di chiacchiere, di fraseggi, in cui tutti parlano, dicono, senza dire nulla, senza parlare delle cose importanti. E' un'epoca di silenzi assordanti, fragorosi. Al posto delle rane, come Aristofane, ci sono i ranocchi. Eppure, i problemi principali sono sempre gli stessi. L'infanzia, per esempio. Nel Medioevo impiccavano i bambini a sei anni. Dal momento che acquistavano la parola li giudicavano adulti. Oggi con la vittoria della Destra, in Francia, progettano carceri per bambini di 10 anni. Dalle sbarre del box dei giochi passano a quelle della galera, magari blue o rosa, così neanche se ne accorgono. L'infanzia se ne va. Anche la politica se ne va. Io non voto da anni. Ci sono politici come il ministro Lunardi, che per risolvere il conflitto d'interessi ha venduto la propria azienda alla moglie, e dice che, per ragioni di sicurezza, bisognerebbe alzare i limiti di velocità in autostrada. Dice che con la mafia bisogna convivere. Spieghiamolo a Boresellino o Falcone, che con la mafia sono morti! Oggi, abbiamo parlamentari europei della Lega che spargono pipì di maiale per dissacrare il terreno acquistato dai musulmani per costruirvi un luogo di culto. Vogliono la polenta contro il cous cous. A Zurigo, invece, c'è una chiesa dove si riuniscono a pregare fedeli di quattro religioni diverse, ciascuno nel proprio spazio. E' questione di punti di vista. Anche l'infanzia è un punto di vista. Anche il falso in bilancio può essere un punto di vista e considerato un atto creativo. Sono segni di un passaggio epocale".

Nel frastuono di cavallette, si ode ancora la voce del grillo?

Beppe Grillo: "Sì, sono ottimista. La mia speranza nasce da quei milioni di persone che si impegnano nel quotidiano per difendere i valori autentici. Parlo delle associazioni di volontariato, dei padri Comboniani, dei movimenti laicali, dei costruttori di pace, dell'organizzazione Lilliputh. Manca, però, l'informazione. La buona informazione, che faccia da controinformazione alla cattiva informazione. L'informazione è omologata. Sembra che ci siano oltre 700 emittenti in Italia, invece, è come se ce ne fosse una sola. Abbiamo una televisione da regime comunista. E' emblematico quanto Berlusconi ha dichiarato in una recente trasmissione del programma di Costanzo: 'Voi delle reti  private non avete problemi, perché ricevete il finanziamento pubblico. Noi della televisione pubblica abbiamo difficoltà finanziarie'. Il nostro primo ministro è il più grande comunista della storia. E' andato oltre Gramsci, che voleva omologare un popolo su un'idea: lui ha omologato milioni di massaie su un prodotto".

E l'opposizione?
Beppe Grillo: "Non c'è. Non c'è più la sinistra. Giocano a mosca cieca, a rimpiattino. D'Alema ha scambiato il lavoro con il capitale. Si accaniscono sull'articolo 18. Ma il problema non è l'articolo 18: il problema è che dovrebbero lavorare tutti, e non più di venti ore a settimana. Invece, con il computer, per esempio, rispetto al 1950 lavoriamo, comunque, almeno dieci ore in più a settimana e, poi, c'è chi nel tempo libero lavora. Ecco, il problema è il tempo libero. Bisognerebbe che i politici si preoccupassero di darci il tempo libero con il lavoro. Non c'è più destra e sinistra. Ci sono consumatori e consumati. C'è chi sta sotto e chi sta sopra".

Nord e Sud: sono sinonimi di sopra e sotto?
Beppe Grillo: "No, anzi. Credo che il Sud sia in clamoroso vantaggio rispetto al Nord. Il Sud è una concezione di vita diversa. E' il napoletano che vive nel presente, alle falde del vulcano, sapendo che potrebbe essere liofilizzato da un momento all'altro. Forse, ripeto, la differenza è proprio come su come si concepisce il tempo libero. Nel Sud ci sono tante attività che meritano il tempo del lavoro: fare il padre o la madre, essere marito o moglie, leggere un buon libro, ascoltare musica, guardare un bel film. Come mentalità io sono un uomo del Sud".

sabato 5 gennaio 2013

PER UN LIBERALISMO DEMOCRATICO E NON UN TOTALIRMO LIBERISTA

Il vero liberalismo, che ha generato lo Stato di diritto e la stessa concezione dello Stato-Nazione, in Italia non esiste, e non soltanto in Italia. Esiste, invece, un pensiero unico liberista a servizio di gruppi ristretti di potere. In ciò consiste il totaliritarsmo capitalista di cui parla Luciano Gallino, nel suo lucido e illuminante saggio-intervista "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (Laterza), la dittatura liberista come intesa da Croce, una dittatura intellettuale e ideologica.
 
La burocrazia opprimente quanto inefficiente è un ostacolo allo sviluppo, non a causa di una organizzazione statalista, come sostengono certi vecchi e nuovi liberisti, ma perché serve ad una classe politica e dirigente corrotta, principalmente nei valori democratici, proprio per una errata e opportunistica interpretazione del liberalismo, come regola del "vince il più forte", e dunque, una degenerazione in sistema di un metodo di selezione naturale secondo la legge dell'homo homini lupus.
La nostra Costituzione è, dichiara Piero Ostellino, pasticciata,in quanto una rivoluzione promessa, in cambio di una rivoluzione mancata. Questa Costituzione è, però,  ha ragione Benigni, la migliore delle Costituzioni possibili, che ha ispirato gli ordinamenti democratici alimentati dai valori dell'Umanesimo in tutto il mondo. Sarebbe la migliore Costituzione possibile se aspirasse a diventare una rivoluzione di civiltà realizzata e non fosse, invece, una rivoluzione tradita, ancor più recentemente, con l'introduzione, per esempio, del pareggio di bilancio, in netto contrasto con i valori fondamentali della Carta costituzionale e, quindi, della nostra Repubblica.
 
Se il modello liberale si traduce in una opposizione allo Stato sociale e, quindi, in una riduzione dei diritti civili, ovvero, dei diritti fondamentali della persona, secondo una logica di privatizzazione che impone la regola del "vince il più forte", seppure spacciata come "vince il più bravo", come Monti ha fatto con la riforma previdenziale e del lavoro, allora, sia difeso indefessamente il modello statalista, ove almeno questo garantisca la tutela dei diritti inviolabili della persona, dalla culla alla tomba, per tutti, e soprattutto per i più deboli. Il paternalismo può essere una virtù, ove almeno è un riconoscimento di paternità, e dunque, di responsabilità.
 
Abbiamo la più alta fiscalità in Europa e la più bassa qualità dei servizi, e ciò non dipende dallo statalismo assistenzialistico, ma dalla corruzione e dall'inefficienza, da una politica pappona alla quale sono asserviti i poteri che dovrebbero fare da bilanciamento. In questo contesto, il pensiero liberale serve soltanto la causa dei potenti e non curerebbe il male, ma lo rafforzerebbe.
 
L'emergenza democratica, in Italia, nasce dall'assenza di una opposizione di pensiero politico. Sono tutti liberali, a destra e sinistra, sono tutti montiani, a destra e sinistra, semplicemente perché non ci sono una destra e una sinistra, ma un pensiero unico, che si dice ispirato al liberalismo, che da coloro - la maggioranza - che non sono colti è inteso come individualismo e opportunismo e come tale sarebbe realizzato in Italia, da questa classe dirigente, che trova anche in intellettuali onesti e colti, ingenui complici di un killeraggio sociale e di uno svuotamento democratico, all'insegna di una falsa e ingannevole e umanamente criminosa operazione di cosiddetta responsabilità democratica, perfino.
 
Ecco cosa sta avvenendo in questo mondo che si dice motivato alla inevitabile e civile missione liberale. C'è gente che muore ogni giorno e gente che ogni giorno chiede a Dio di morire, che muore dentro. Tra essi, chi ha la colpa di non volere accettare compromessi, di non avere patroni potenti, di non volersi schierare con lo stendardo di nessuno e di provare a denunciare la verità senza timor di dèi, ma solo timor di Dio,
 
Per i credenti, quale io sono, non è di conforto la posizione della Chiesa, così preoccupata di salvare la vita nascente da sacrificare le vite viventi e sofferenti.
 
Gli intellettuali autentici, onesti, pure di formazione e vocazione liberale, in questa fase storica, sono chiamati ad un impegno di responsabilità, a saper leggere i segni dei tempi, negli sguardi della gente, per strada, negli annunci di morti per suicidio sempre più frequenti, nei lamenti dei giovani e meno giovani sempre più silenti, nei negozi vuoti o le saracinesche abbassate, nelle coperte ammassate sui marciapiedi a nascondere residui di umanità che certi nuovi liberisti definiscono rifiuti, perché improduttivi monetariamente.
In questo momento storico, il peggior modo di servire un autentico e sano liberalismo è sostenerlo ad oltranza. La colpa di quanto avviene non è dello Stato assistenzialista, ma di uno Stato che non assiste e, dunque, manca al proprio compito primario, che è la sicurezza della dignità di persona di ogni cittadino, anche se il costo debba ricadere su tutti anche a vantaggio dei meno contribuenti al benessere della comunità. Lo Stato sociale è il momento apicale, evoluto, del movimento liberale, non l'errore da correggere. Quanto accade nel mondo reale e non in quello fantastico delle idee  ne è la prova. Lo sa bene e ne è, purtroppo, esperto chi viene sfrattato da casa perché non riesce a pagare l'affitto e le tasse e le bollette e pure da mangiare con lo stipendio meschino per un duro lavoro, senza contributi previdenziali e, quindi, con la prospettiva di essere un giorno nella lista dei poveri assistiti dallo Stato.
Magari il nostro Stato fosse come la Svezia e la Finlandia, magari potessimo essere tutti soddisfatti come gli svedesi e i finlandesi! Purtroppo, siamo sempre più lontani da quel modello e noi italiani sempre più disperati, a causa di leggi ispirate ad un liberalismo che è, oggi, tirannico e brutale.
 
Siamo arretrati di almeno trecento anni nel processo di civilizzazione democratica. Ci vorrebbe una terza rivoluzione industriale. Guidata da chi, però?

domenica 27 maggio 2012

VATICANLEAKS E IL "MAL DI CHIESA"

Un insolito thriller vaticano sta travolgendo i media, come l'acqua a forza contenuta da dighe usurate che all'improvviso, ma dopo lunga tensione, si riversa potente svuotando le riserve, senza alcuna possibilità di contenerla. Una sorta di Vatileaks, lo ha definito il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. I travolti, principalmente, sono i fedeli, che vivono un sentimento d'ansia e di smarrimento, perché viene a cedere l'ultima infrastruttura che avevano creduto solida, in un momento di tempesta economica, politica e sociale. Ma, le tempeste, si sa, non risparmiano nessuno e, a volte, sono perfino salutari. Soltanto dopo aver eliminato tutto ciò che era vecchio e rovinato, infatti, si può operare un salutare rinnovo, che restituisca, appunto, salute agli abitanti della città, compresa la Città di Dio.
Da tempo, infatti, un numero sempre maggiore di cristiani avvertiva quel che, già nel titolo del suo sapiente libro - un confrotante diario dell'anima - Gianfranco Svidercoschi chiama "Mal di Chiesa". E cioè, un "malessere interiore", un sentimento di abbandono e di timore che è un coacervo di sensazioni: incredulità, sconcerto, sdegno, pena, e perfino rabbia, una fortissima rabbia. Incredulità, sconcerto, sdegno, pena e perfino rabbia, non per lo scandalo in sé, ma per la gravità della condizione di incoerenza e, anzi, di autentica contraddizione con lo spirito e la missione ecclesiale che la Chiesa, tutta, dei nostri tempi attraversa e manifesta ormai in modo eclatante.
Difficile, come saggiamente dice Svidercoschi, rinvenire tutte le cause di quanto sta accadendo. Certo, la Chiesa, in particolare, il Vaticano, e quindi, la Chiesa come comunità mondana organizzata anche secondo strutture di potere, vive una profonda crisi, analoga a quella che vive la comunità sociale nel suo complesso. In politica, c'è Grillo a gridare "vergogna" alla guida dei tanti, tantissimi, italiani scontenti, increduli e rabbiosi, e quindi, bisognosi di coalizzarsi rispetto ad un modo di gestire le istituzioni e di occupare posti di rappresentanza per gratificare soltanto le proprie ambizioni e interessi individiali. Nella Chiesa, al momento, c'è la novità degli scandali pubblici, delle notizie che trapelano e trafugano dal mondo finora eburneo e inaccessibile della Santa Sede. Non c'è, al momento, un novello Savoranola, che denunci dall'interno "De ruina ecclesiae" e promuova, quindi, una riforma, senza indugi e timori, dei cattivi costumi che si sono diffusi nella Chiesa, che tradiscono Cristo, con una violenza e infidia che batte di gran lunga qualsiasi ostilità dei nemici esterni.
Come analisi generale su quanto sta avvenendo, concordo con quanto affermato nel suo commento sul "Corriere della Sera" (sabato 26) da Alberto Melloni. Innanzitutto, che c'è il marchio italiano in quanto accade, l'impronta di una cultura gossippara e scandalistica, di "merletti e veleni", che appartiene tutta ad un modo di fare degenerato della nostra società. In secondo luogo, la crisi che investe la Chiesa cattolica romana e, in particolare, la sua Alta Gerarchia, è un frammento della crisi di un sistema di sistema, in questo primo Terzo Millennio, e che alcuni aspetti positivi, anche dal punto di vista cristiano, perché consiste nell'avverarsi inevitabile di quanto Gesù indicava perfino come un dovere di un credente autentico: avere il coraggio di scoprire senza timore e senza falso pudore i sepolcri imbiancati. Il coraggio di strappare l'occhio che sbaglia, tagliare l'orecchio malato, mozzare la mano incancrenita. L'aspetto positivo dello sconcerto e della rabbia è la presa di coscienza della situazione reale, vera, dei mali che avvelenano la Chiesa, e questo è il primo passo per una riforma risanatoria. Senza la diagnosi della malattia non si può allestire la cura e il malato di tumore in metastasi che voglia nascondere agli altri e a se stesso la sua condizione di malato non potrà che morire.

Per le Alte Gerarchie, quindi, la sfida è molto dura.
Dopo la prima reazione, di chiusura e di difesa, rispetto alla sensazione di aver subito un attacco esterno, con la ricerca e la consegna dei presunti traditori che avrebbero fornito ai presunti nemici oltre il Colonnato gli strumenti per infierire colpi letali al corpo ecclesiale, il Vaticano farebbe bene a stupire, rendendo gradevolmente increduli, credenti e non credenti, con un atto nuovo, coraggioso, onesto, di responsabilità, di fede: ammettere la propria malattia, la propria debolezza, gli errori, i vizi, denunciare il diffondersi di pratiche tutt'altro che ispirate al Vangelo anche tra i più alti prelati e la tentazione malsana di conquistare posizioni di potere. E quindi, avviare un processo collaborativo di riforma, la medicina che può restituire salute, ovvero, credibilità, forza e autorevolezza, alle Gerachie ecclesiastiche  oggi messe in discussione, e soprattutto, al Pontefice, quale Capo della Chiesa cattolica e dello Stato Vaticano. D'altra parte, Giovanni Paolo II ebbe a dire che "il vento del demonio soffia pure dalle finestre di San Pietro". Ove, invece, atttraverso i suoi organi ufficiali e nelle azioni interne alal comunità ecclesiale, la Santa Sede perpretasse vecchi schemi nell'affrontare la situazione con la negazione e la sottovalutazione della propria "malattia", cercando di spostare l'attenzione su chi avrebbe portato il fazzoletto insanguinato fuori dalla casa del malato, segnerebbe inevitabilmente la propria decadenza ineluttabile, e dunque, sarebbe la peggior traditrice di se stessa.
L'unico modo per fermare il dissanguamento di fiducia  che la Chiesa vive principalmente nel proprio corpo ecclesiale, tra i fedeli, appunto, prima e più che verso l'esterno, è che diventi essa stessa Savonarola, riscattando così anche errori e mali della storia.

Qual è il "mal di Chiesa"? Lo dice bene Melloni, tra i virus più pericolosi c'è, certamente, la debolezza, forse anche l'inadeguatezza della classe dirigente ecclesiastica a gestire la complessità. Ma, spiega sempre Melloni, c'è anche l'incrostarsi soffocante di una modalità segreta, controllata, mascherata, di vivere la dialettica interna, un modo sbagliato e distorto di spostare il confronto dal piano visibile, diretto, delle idee, delle opinioni, in tema generale di government o più squisimente teologico, a quello invisibile, sotterraneo, delle guerre acerrime condotte in altri luoghi, con combattenti mercenaricon alleanze segrete e, soprattutto, attraverso lotte personali sulla stampa, sui media, per voce e per penna di volenterosi soldati, assoldati in questo o quel opinionista, schierato a favore di questo o quel prelato contro quest'altro o quell'altro prelato.
E ciò principalmente a motivo di un falso pudore, di una malintesa riservatezza, per la quale bisogna indossare in pubblico i panni appena lavati per l'occasione della "famiglia ecclesiale" unita, mentre tra le mura domestiche si vive da separati in casa.
Tra le cause, c'è anche il fallimento del mandato conciliare di valorizzazione dei laici, che è stato interpretato in modo distorto e perfino contraddittorio a se stesso, ovvero, nella forma  di un utilizzo dei laici - molto spesso volontario, ché, per opportunismo, si sono ben prestati a questo genere di servitù - da parte di alcuni appartenenti alle Alte Sfere della Curia e del Vaticanoper mandarli in avanscoperta l'un contro l'altro armati, a combattere alla luce del sole una battaglia che si gioca e si decide veramente all'imbrunire, e tra combattenti non visibili.
C'è da dire, certi laici, giornalisti, opinionisti, intellettuali, sono stati più realisti del re e hanno interpretato il loro ruolo, di difensori, con una libertà che è andata oltre ogni intenzione di coloro a sostegno dei quali hanno ritenuto di essere assoldati - o auto-assoldati -, in qualche caso, quindi, contro la volontà perfino di coloro di cui si sono autoinvestiti del ruolo di "cecchini". E così, la situazione è sfuggita a tutti di mano.

Concordo anche con la soluzione che Melloni prospetta. Senza più falsi moralismi, la Chiesa, tutta, i cristiani, tutti, devono fare un'onesta analisi di coscienza, una sincera autocritica e, soprattutto, imboccare la via, unica possibile, come cristiani, di uan riforma spirituale, di un ritorno al messaggio cristiano, come peraltro saggiamente chiesto e profeticamente suggerito  - lo ha ricordato, qualche giorno fa, sul "Messaggero" Franca Giansoldati - durante un pranzo con i cardinali, dallo stesso Benedetto XVI, la vittima maggiore di questa situazione di auto-flagellazione della Chiesa: "La storia è una lotta tra due amori, quello per se stessi e quello verso Dio".
Se ne parla - in uno dei tanti segni della Provvidenza - proprio nel Vangelo di oggi, nella Lettera di San Paolo ai Galati.
Ecco, credo che la cultura individualista in cui tutti noi abitanti di questo secolo siamo immersi, a prescindere dalla razza, dalla nazionalità e dalla religione, abbia fatto prevalere l'amore per se stessi al punto da offuscare e rendere marginale l'amore per gli altri e per Dio. E questa,  per i cristiani, è una tentazione diabolica.

Sono d'accordo, però, anche con quanto ha dichiarato il direttore di "Tempi", Luigi Amicone. La malevola, gossippara cultura dei media più anticlericali, su questa realtà, di un'effettiva fragilità della Chiesa dei nostri tempi, ha gozzovigliato senza ritegno, costruendo trame gialliste in stile fantasy, del tutto sproporzionate. La debolezza di pochi, all'interno della Chiesa, che hanno pensato di usare i media per avere successo nell'agone "grigio" è servita, invece, agli stessi media, per colpire la Chiesa nella sua totalità, assestandole colpi violenti dall'esterno allo scopo di distruggerla. Qualcuno, in mala fede in nome della trasparenza, una battaglia violenta contro la Chiesa cattolica, e quindi, in fondo, contro la religione cattolica, in quella che, per certi aspetti, può sembrare davvero un'operazione di "pulizia etnica", come dice Amicone. Certamente, i pochi interni che, deboli alle tentazioni del potere, si sono prestati a quest'azione del Male, hanno fornito armi della cui pericolosità non erano consapevoli.

venerdì 3 febbraio 2012

MONTI E IL PERICOLOSO ALIBI DELL'IMPOLITICO


Bellissimo editoriale di Massimo Giannini, oggi (3-02-2012), su "la Repubblica", dal titolo: "L'alibi dell'impolitico". Puntuale, attenta, brilante ed esaustiva analisi del Governo Monti, tre mesi dopo la sua elezione. Leggetelo. E' una preziosa lettura critica storiografica in corso d'opera, su cui il Primo Ministro e gli eletti (nel senso di selezionati, non votati dal popolo) al Governo deovrebbero riflettere con prudenza e onestà d'intelligenza e di coscienza. "In due giorni Mario Monti ha intaccato un tesoro di credibilità accumulato in tre mesi", dice Giannini. La battuta sula monotonia del posto fisso - unita all'improvvida presa di posizione sull'abolizione dell'art. 18 - e la pessima gestione dle voto sulla responsabilità civile dei magistrati - che, come ben dice il giornalista, è "un revolver puntato alla tempia di qualunque magistrato" e "di fatto scardina il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale" - sono uno scivolone, due scivoloni, imperdonabili dal punto di vista politico, etico e sociale, che rimettono in discussione il prosieguo di questa esperienza cosiddetta "tecnica", ma in effetti politica, nonostante il tentativo di Monti di sfilarsi da responsabilità politica, ritraendosi da prese di posizione su temi "politicamente sensibili", compresa la legge elettorale e la riduzione dei parlamentari. Monti, cioè, rinuncia ad affrontare questioni delle quali i parlamnetari, i politici di professione non vogliono occuparsi, per fare il "lavoro sporco", quello che i politici ufficialmente non hanno avuto il coraggio di fare e che approfittano di Monti per attribuire al suo Governo, con decisioni deleterie per i cittadini italiani, che prospettano un futuro più nero del passato che ci siamo appena lasciati alle spalle, e perfino nerissimo - e qui lancio un appello al Presidente Napolitano - per i destini della Repubblica italiana delle generazioni dell'avvenire.
Io, cattolica, che ho auspicato e plaudito il Governo Monti, quando ancora il nome del Premier era sconosciuto alla maggioranza assoluta degli italiani e conosciuto solo agli addetti ai lavori, sono delusa, preoccupata, tradita. Monti ha ceduto al ricatto del sostegno che i parlamentari devono dare perché possa governarte per fare soltanto ciò che a loro piace, a nome proprio, per poter fare qualcosina delle cose che piacciono a lui. Un prezzo troppo alto da pagare, per gli italiani, perché le poche cose che riesce a fare di quelle che lui vorrebbe non hanno effetti ugualmente rilevanti sull'organizzazione civile delle cose, dannosissime, che fa per compiacere i parlamentari. "Chi ha l'onore di governare, ha anche l'onere di farlo fino in fondo. Senza zone franche", dice giustamente Giannini. Soprattutto quando le zone franche riguardano gli interessi particolari, di casta, dei politici di professione, senza il cui appoggio il Governo non può goverrnare. L'alibi dell'impolitico si presta così alla causa, pericolosa e inquietante, di servire le più temibili ambizioni dei politici che usano l'alibi dei tecnici per azioni politiche che non avrebbero il coraggio di adottare in prima persona, senza questo scudo sempre più oscuro e sempre meno rassicurante. Monti deve fare attenzione, perché dopo averci rassicurato nel non essere un politico professionale, comincia a farci temere sempre più del suo essere sempre più politico per conto terzi.Non ci faccia rimpiangere i politici di professione, Presidente....! E faccia attenzione, che non sia questo l'uso che di Lei fanno i politici di professione: indurci al rimpianto, quando ormai siamo rovinati.

mercoledì 26 ottobre 2011

GHEDDAFI, L'ONTA DEMOCRATICA

Eccolo, il terribile dittatore, il padre-padrone del popolo libico riscattato dalla condizione tribale o l'eroe del Continente nero. Braccato come un animale, linciato, umiliato, martoriato, sodomizzato e ucciso, in modo indegno da uomo, da uomini indegni.
Non era fuggito all'estero con ori e preziosi. Era rimasto a Sirte, nel cuore della Libia, dove era nato. Nella provincia italiana. Il Colpo di Stato che aveva guidato nel 1969, giovane animato di ideali e sentimentalismi patriottici con ambizioni nazionaliste arabe, era motivato dall'accusa di corruzione al re Idris I, giudicato troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia. Stati Uniti e Francia rivendicano oggi con orgoglio la sua vergognosa morte. Difficile credere che sia stata voluta dalla democrazia e agita dalle istanze democratiche. Si, era un terribile dittatore, il padre-padrone dl popolo libico riscattato dalla condizione tribale, l'eroe nero del Continente Nero. Non il più terribile, forse. Comunque, la sua morte terribile imbratta di sangue il buon nome della democrazia, da troppo tempo assente dai convivi occidentali.
Sono i suoi uccisori i portatori della democrazia? Sono questi gli eroi della liberazione libica? Su di loro si fondano le speranze di civiltà? E noi, noi occidentali, sediamo legittimanente al tavolo del tribunale democratico insieme ai beduini? Che tempo triste, per la giustizia umana. E per la nostra Italia, serva vile alla berlina di Stati Uniti e Francia, pronta a tradire coloro che dichiara amici, incapace di difendere perfino la propria dignità. Povera Italia, tenuta al laccio dei poteri stranieri, portata in giro per il cortile dei consessi internazionali, mansueta nell'eseguire gli ordini dei padroni e poi rintanarsi nella cuccia per non partecipare ai lugubri festeggiamenti, cacciata perfino da sotto la tavola degli scandalosi banchetti in onore della democrazia. Guardate, il posto a tavola della festeggiata è vuoto. La democrazia è assente, perché rinchiusa nelle sue segrete stanze, a causa di una grave maldisposizione.

Scriveva il 5 agosto Muammar Gheddafi al nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Sono rimasto sorpreso per l'atteggiamento di un amico con cui ho concluso un trattato di amicizia favorevole ai nostri due popoli. Avrei sperato che da parte tua ti interessassi almeno ai fatti e che tentassi una mediazione prima di dare il tuo sostegno a questa guerra. Non ti biasimo per ciò di cui non sei responsabile, perché so bene che non eri favorevole a quest'azione nefasta, che non fa onore a te e al popolo italiano. Ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l'interesse dei nostri popoli. Siate certi che sia io sia il mio popolo siamo disposti a dimenticare e a voltare questa pagina nera nei rapporti privilegiati che legano il popolo libico al popolo italiano. Ferma questi bombardamenti che uccidono i nostri fratelli libici e i nostri figli. Parla con i tuoi amici e con i vostri alleati per fermare questa aggressione contro il mio Paese. Spero che Dio Onnipotente ti guiderà sul cammino della giustizia".
Ma, Dio, con qualsiasi nome lo si chiami, è rimasto in silenzio. E anche Berlusconi.