VATICANLEAKS E IL "MAL DI CHIESA"
Un insolito thriller vaticano sta travolgendo i media, come l'acqua a forza contenuta da dighe usurate che all'improvviso, ma dopo lunga tensione, si riversa potente svuotando le riserve, senza alcuna possibilità di contenerla. Una sorta di Vatileaks, lo ha definito il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. I travolti, principalmente, sono i fedeli, che vivono un sentimento d'ansia e di smarrimento, perché viene a cedere l'ultima infrastruttura che avevano creduto solida, in un momento di tempesta economica, politica e sociale. Ma, le tempeste, si sa, non risparmiano nessuno e, a volte, sono perfino salutari. Soltanto dopo aver eliminato tutto ciò che era vecchio e rovinato, infatti, si può operare un salutare rinnovo, che restituisca, appunto, salute agli abitanti della città, compresa la Città di Dio.
Da tempo, infatti, un numero sempre maggiore di cristiani avvertiva quel che, già nel titolo del suo sapiente libro - un confrotante diario dell'anima - Gianfranco Svidercoschi chiama "Mal di Chiesa". E cioè, un "malessere interiore", un sentimento di abbandono e di timore che è un coacervo di sensazioni: incredulità, sconcerto, sdegno, pena, e perfino rabbia, una fortissima rabbia. Incredulità, sconcerto, sdegno, pena e perfino rabbia, non per lo scandalo in sé, ma per la gravità della condizione di incoerenza e, anzi, di autentica contraddizione con lo spirito e la missione ecclesiale che la Chiesa, tutta, dei nostri tempi attraversa e manifesta ormai in modo eclatante.
Difficile, come saggiamente dice Svidercoschi, rinvenire tutte le cause di quanto sta accadendo. Certo, la Chiesa, in particolare, il Vaticano, e quindi, la Chiesa come comunità mondana organizzata anche secondo strutture di potere, vive una profonda crisi, analoga a quella che vive la comunità sociale nel suo complesso. In politica, c'è Grillo a gridare "vergogna" alla guida dei tanti, tantissimi, italiani scontenti, increduli e rabbiosi, e quindi, bisognosi di coalizzarsi rispetto ad un modo di gestire le istituzioni e di occupare posti di rappresentanza per gratificare soltanto le proprie ambizioni e interessi individiali. Nella Chiesa, al momento, c'è la novità degli scandali pubblici, delle notizie che trapelano e trafugano dal mondo finora eburneo e inaccessibile della Santa Sede. Non c'è, al momento, un novello Savoranola, che denunci dall'interno "De ruina ecclesiae" e promuova, quindi, una riforma, senza indugi e timori, dei cattivi costumi che si sono diffusi nella Chiesa, che tradiscono Cristo, con una violenza e infidia che batte di gran lunga qualsiasi ostilità dei nemici esterni.
Come analisi generale su quanto sta avvenendo, concordo con quanto affermato nel suo commento sul "Corriere della Sera" (sabato 26) da Alberto Melloni. Innanzitutto, che c'è il marchio italiano in quanto accade, l'impronta di una cultura gossippara e scandalistica, di "merletti e veleni", che appartiene tutta ad un modo di fare degenerato della nostra società. In secondo luogo, la crisi che investe la Chiesa cattolica romana e, in particolare, la sua Alta Gerarchia, è un frammento della crisi di un sistema di sistema, in questo primo Terzo Millennio, e che alcuni aspetti positivi, anche dal punto di vista cristiano, perché consiste nell'avverarsi inevitabile di quanto Gesù indicava perfino come un dovere di un credente autentico: avere il coraggio di scoprire senza timore e senza falso pudore i sepolcri imbiancati. Il coraggio di strappare l'occhio che sbaglia, tagliare l'orecchio malato, mozzare la mano incancrenita. L'aspetto positivo dello sconcerto e della rabbia è la presa di coscienza della situazione reale, vera, dei mali che avvelenano la Chiesa, e questo è il primo passo per una riforma risanatoria. Senza la diagnosi della malattia non si può allestire la cura e il malato di tumore in metastasi che voglia nascondere agli altri e a se stesso la sua condizione di malato non potrà che morire.
Per le Alte Gerarchie, quindi, la sfida è molto dura.
Dopo la prima reazione, di chiusura e di difesa, rispetto alla sensazione di aver subito un attacco esterno, con la ricerca e la consegna dei presunti traditori che avrebbero fornito ai presunti nemici oltre il Colonnato gli strumenti per infierire colpi letali al corpo ecclesiale, il Vaticano farebbe bene a stupire, rendendo gradevolmente increduli, credenti e non credenti, con un atto nuovo, coraggioso, onesto, di responsabilità, di fede: ammettere la propria malattia, la propria debolezza, gli errori, i vizi, denunciare il diffondersi di pratiche tutt'altro che ispirate al Vangelo anche tra i più alti prelati e la tentazione malsana di conquistare posizioni di potere. E quindi, avviare un processo collaborativo di riforma, la medicina che può restituire salute, ovvero, credibilità, forza e autorevolezza, alle Gerachie ecclesiastiche oggi messe in discussione, e soprattutto, al Pontefice, quale Capo della Chiesa cattolica e dello Stato Vaticano. D'altra parte, Giovanni Paolo II ebbe a dire che "il vento del demonio soffia pure dalle finestre di San Pietro". Ove, invece, atttraverso i suoi organi ufficiali e nelle azioni interne alal comunità ecclesiale, la Santa Sede perpretasse vecchi schemi nell'affrontare la situazione con la negazione e la sottovalutazione della propria "malattia", cercando di spostare l'attenzione su chi avrebbe portato il fazzoletto insanguinato fuori dalla casa del malato, segnerebbe inevitabilmente la propria decadenza ineluttabile, e dunque, sarebbe la peggior traditrice di se stessa.
L'unico modo per fermare il dissanguamento di fiducia che la Chiesa vive principalmente nel proprio corpo ecclesiale, tra i fedeli, appunto, prima e più che verso l'esterno, è che diventi essa stessa Savonarola, riscattando così anche errori e mali della storia.
Qual è il "mal di Chiesa"? Lo dice bene Melloni, tra i virus più pericolosi c'è, certamente, la debolezza, forse anche l'inadeguatezza della classe dirigente ecclesiastica a gestire la complessità. Ma, spiega sempre Melloni, c'è anche l'incrostarsi soffocante di una modalità segreta, controllata, mascherata, di vivere la dialettica interna, un modo sbagliato e distorto di spostare il confronto dal piano visibile, diretto, delle idee, delle opinioni, in tema generale di government o più squisimente teologico, a quello invisibile, sotterraneo, delle guerre acerrime condotte in altri luoghi, con combattenti mercenari, con alleanze segrete e, soprattutto, attraverso lotte personali sulla stampa, sui media, per voce e per penna di volenterosi soldati, assoldati in questo o quel opinionista, schierato a favore di questo o quel prelato contro quest'altro o quell'altro prelato.
E ciò principalmente a motivo di un falso pudore, di una malintesa riservatezza, per la quale bisogna indossare in pubblico i panni appena lavati per l'occasione della "famiglia ecclesiale" unita, mentre tra le mura domestiche si vive da separati in casa.
Tra le cause, c'è anche il fallimento del mandato conciliare di valorizzazione dei laici, che è stato interpretato in modo distorto e perfino contraddittorio a se stesso, ovvero, nella forma di un utilizzo dei laici - molto spesso volontario, ché, per opportunismo, si sono ben prestati a questo genere di servitù - da parte di alcuni appartenenti alle Alte Sfere della Curia e del Vaticano, per mandarli in avanscoperta l'un contro l'altro armati, a combattere alla luce del sole una battaglia che si gioca e si decide veramente all'imbrunire, e tra combattenti non visibili.
C'è da dire, certi laici, giornalisti, opinionisti, intellettuali, sono stati più realisti del re e hanno interpretato il loro ruolo, di difensori, con una libertà che è andata oltre ogni intenzione di coloro a sostegno dei quali hanno ritenuto di essere assoldati - o auto-assoldati -, in qualche caso, quindi, contro la volontà perfino di coloro di cui si sono autoinvestiti del ruolo di "cecchini". E così, la situazione è sfuggita a tutti di mano.
Concordo anche con la soluzione che Melloni prospetta. Senza più falsi moralismi, la Chiesa, tutta, i cristiani, tutti, devono fare un'onesta analisi di coscienza, una sincera autocritica e, soprattutto, imboccare la via, unica possibile, come cristiani, di uan riforma spirituale, di un ritorno al messaggio cristiano, come peraltro saggiamente chiesto e profeticamente suggerito - lo ha ricordato, qualche giorno fa, sul "Messaggero" Franca Giansoldati - durante un pranzo con i cardinali, dallo stesso Benedetto XVI, la vittima maggiore di questa situazione di auto-flagellazione della Chiesa: "La storia è una lotta tra due amori, quello per se stessi e quello verso Dio".
Se ne parla - in uno dei tanti segni della Provvidenza - proprio nel Vangelo di oggi, nella Lettera di San Paolo ai Galati.
Ecco, credo che la cultura individualista in cui tutti noi abitanti di questo secolo siamo immersi, a prescindere dalla razza, dalla nazionalità e dalla religione, abbia fatto prevalere l'amore per se stessi al punto da offuscare e rendere marginale l'amore per gli altri e per Dio. E questa, per i cristiani, è una tentazione diabolica.
Sono d'accordo, però, anche con quanto ha dichiarato il direttore di "Tempi", Luigi Amicone. La malevola, gossippara cultura dei media più anticlericali, su questa realtà, di un'effettiva fragilità della Chiesa dei nostri tempi, ha gozzovigliato senza ritegno, costruendo trame gialliste in stile fantasy, del tutto sproporzionate. La debolezza di pochi, all'interno della Chiesa, che hanno pensato di usare i media per avere successo nell'agone "grigio" è servita, invece, agli stessi media, per colpire la Chiesa nella sua totalità, assestandole colpi violenti dall'esterno allo scopo di distruggerla. Qualcuno, in mala fede in nome della trasparenza, una battaglia violenta contro la Chiesa cattolica, e quindi, in fondo, contro la religione cattolica, in quella che, per certi aspetti, può sembrare davvero un'operazione di "pulizia etnica", come dice Amicone. Certamente, i pochi interni che, deboli alle tentazioni del potere, si sono prestati a quest'azione del Male, hanno fornito armi della cui pericolosità non erano consapevoli.
Forse c'è libertà di espressione, o forse no. Forse c'è diritto di informazione, o forse no. Forse censuriamo la nostra libertà di parola rinunciando allo stesso diritto di pensare. Forse, sì, è tempo di avere voce. Emanuela Bambara
domenica 27 maggio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
MONTI E IL PERICOLOSO ALIBI DELL'IMPOLITICO
Bellissimo editoriale di Massimo Giannini, oggi (3-02-2012), su "la Repubblica", dal titolo: "L'alibi dell'impolitico". Puntuale, attenta, brilante ed esaustiva analisi del Governo Monti, tre mesi dopo la sua elezione. Leggetelo. E' una preziosa lettura critica storiografica in corso d'opera, su cui il Primo Ministro e gli eletti (nel senso di selezionati, non votati dal popolo) al Governo deovrebbero riflettere con prudenza e onestà d'intelligenza e di coscienza. "In due giorni Mario Monti ha intaccato un tesoro di credibilità accumulato in tre mesi", dice Giannini. La battuta sula monotonia del posto fisso - unita all'improvvida presa di posizione sull'abolizione dell'art. 18 - e la pessima gestione dle voto sulla responsabilità civile dei magistrati - che, come ben dice il giornalista, è "un revolver puntato alla tempia di qualunque magistrato" e "di fatto scardina il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale" - sono uno scivolone, due scivoloni, imperdonabili dal punto di vista politico, etico e sociale, che rimettono in discussione il prosieguo di questa esperienza cosiddetta "tecnica", ma in effetti politica, nonostante il tentativo di Monti di sfilarsi da responsabilità politica, ritraendosi da prese di posizione su temi "politicamente sensibili", compresa la legge elettorale e la riduzione dei parlamentari. Monti, cioè, rinuncia ad affrontare questioni delle quali i parlamnetari, i politici di professione non vogliono occuparsi, per fare il "lavoro sporco", quello che i politici ufficialmente non hanno avuto il coraggio di fare e che approfittano di Monti per attribuire al suo Governo, con decisioni deleterie per i cittadini italiani, che prospettano un futuro più nero del passato che ci siamo appena lasciati alle spalle, e perfino nerissimo - e qui lancio un appello al Presidente Napolitano - per i destini della Repubblica italiana delle generazioni dell'avvenire.
Io, cattolica, che ho auspicato e plaudito il Governo Monti, quando ancora il nome del Premier era sconosciuto alla maggioranza assoluta degli italiani e conosciuto solo agli addetti ai lavori, sono delusa, preoccupata, tradita. Monti ha ceduto al ricatto del sostegno che i parlamentari devono dare perché possa governarte per fare soltanto ciò che a loro piace, a nome proprio, per poter fare qualcosina delle cose che piacciono a lui. Un prezzo troppo alto da pagare, per gli italiani, perché le poche cose che riesce a fare di quelle che lui vorrebbe non hanno effetti ugualmente rilevanti sull'organizzazione civile delle cose, dannosissime, che fa per compiacere i parlamentari. "Chi ha l'onore di governare, ha anche l'onere di farlo fino in fondo. Senza zone franche", dice giustamente Giannini. Soprattutto quando le zone franche riguardano gli interessi particolari, di casta, dei politici di professione, senza il cui appoggio il Governo non può goverrnare. L'alibi dell'impolitico si presta così alla causa, pericolosa e inquietante, di servire le più temibili ambizioni dei politici che usano l'alibi dei tecnici per azioni politiche che non avrebbero il coraggio di adottare in prima persona, senza questo scudo sempre più oscuro e sempre meno rassicurante. Monti deve fare attenzione, perché dopo averci rassicurato nel non essere un politico professionale, comincia a farci temere sempre più del suo essere sempre più politico per conto terzi.Non ci faccia rimpiangere i politici di professione, Presidente....! E faccia attenzione, che non sia questo l'uso che di Lei fanno i politici di professione: indurci al rimpianto, quando ormai siamo rovinati.
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