Il vero liberalismo, che ha generato lo Stato di diritto e la stessa concezione dello Stato-Nazione, in Italia non esiste, e non soltanto in Italia. Esiste, invece, un pensiero unico liberista a servizio di gruppi ristretti di potere. In ciò consiste il totaliritarsmo capitalista di cui parla Luciano Gallino, nel suo lucido e illuminante saggio-intervista "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (Laterza), la dittatura liberista come intesa da Croce, una dittatura intellettuale e ideologica.
La burocrazia opprimente quanto inefficiente è un ostacolo allo sviluppo, non a causa di una organizzazione statalista, come sostengono certi vecchi e nuovi liberisti, ma perché serve ad una classe politica e dirigente corrotta, principalmente nei valori democratici, proprio per una errata e opportunistica interpretazione del liberalismo, come regola del "vince il più forte", e dunque, una degenerazione in sistema di un metodo di selezione naturale secondo la legge dell'homo homini lupus.
La nostra Costituzione è, dichiara Piero Ostellino, pasticciata,in quanto una rivoluzione promessa, in cambio di una rivoluzione mancata. Questa Costituzione è, però, ha ragione Benigni, la migliore delle Costituzioni possibili, che ha ispirato gli ordinamenti democratici alimentati dai valori dell'Umanesimo in tutto il mondo. Sarebbe la migliore Costituzione possibile se aspirasse a diventare una rivoluzione di civiltà realizzata e non fosse, invece, una rivoluzione tradita, ancor più recentemente, con l'introduzione, per esempio, del pareggio di bilancio, in netto contrasto con i valori fondamentali della Carta costituzionale e, quindi, della nostra Repubblica.
Se il modello liberale si traduce in una opposizione allo Stato sociale e, quindi, in una riduzione dei diritti civili, ovvero, dei diritti fondamentali della persona, secondo una logica di privatizzazione che impone la regola del "vince il più forte", seppure spacciata come "vince il più bravo", come Monti ha fatto con la riforma previdenziale e del lavoro, allora, sia difeso indefessamente il modello statalista, ove almeno questo garantisca la tutela dei diritti inviolabili della persona, dalla culla alla tomba, per tutti, e soprattutto per i più deboli. Il paternalismo può essere una virtù, ove almeno è un riconoscimento di paternità, e dunque, di responsabilità.
Abbiamo la più alta fiscalità in Europa e la più bassa qualità dei servizi, e ciò non dipende dallo statalismo assistenzialistico, ma dalla corruzione e dall'inefficienza, da una politica pappona alla quale sono asserviti i poteri che dovrebbero fare da bilanciamento. In questo contesto, il pensiero liberale serve soltanto la causa dei potenti e non curerebbe il male, ma lo rafforzerebbe.
L'emergenza democratica, in Italia, nasce dall'assenza di una opposizione di pensiero politico. Sono tutti liberali, a destra e sinistra, sono tutti montiani, a destra e sinistra, semplicemente perché non ci sono una destra e una sinistra, ma un pensiero unico, che si dice ispirato al liberalismo, che da coloro - la maggioranza - che non sono colti è inteso come individualismo e opportunismo e come tale sarebbe realizzato in Italia, da questa classe dirigente, che trova anche in intellettuali onesti e colti, ingenui complici di un killeraggio sociale e di uno svuotamento democratico, all'insegna di una falsa e ingannevole e umanamente criminosa operazione di cosiddetta responsabilità democratica, perfino.
Ecco cosa sta avvenendo in questo mondo che si dice motivato alla inevitabile e civile missione liberale. C'è gente che muore ogni giorno e gente che ogni giorno chiede a Dio di morire, che muore dentro. Tra essi, chi ha la colpa di non volere accettare compromessi, di non avere patroni potenti, di non volersi schierare con lo stendardo di nessuno e di provare a denunciare la verità senza timor di dèi, ma solo timor di Dio,
Per i credenti, quale io sono, non è di conforto la posizione della Chiesa, così preoccupata di salvare la vita nascente da sacrificare le vite viventi e sofferenti.
Gli intellettuali autentici, onesti, pure di formazione e vocazione liberale, in questa fase storica, sono chiamati ad un impegno di responsabilità, a saper leggere i segni dei tempi, negli sguardi della gente, per strada, negli annunci di morti per suicidio sempre più frequenti, nei lamenti dei giovani e meno giovani sempre più silenti, nei negozi vuoti o le saracinesche abbassate, nelle coperte ammassate sui marciapiedi a nascondere residui di umanità che certi nuovi liberisti definiscono rifiuti, perché improduttivi monetariamente.
In questo momento storico, il peggior modo di servire un autentico e sano liberalismo è sostenerlo ad oltranza. La colpa di quanto avviene non è dello Stato assistenzialista, ma di uno Stato che non assiste e, dunque, manca al proprio compito primario, che è la sicurezza della dignità di persona di ogni cittadino, anche se il costo debba ricadere su tutti anche a vantaggio dei meno contribuenti al benessere della comunità. Lo Stato sociale è il momento apicale, evoluto, del movimento liberale, non l'errore da correggere. Quanto accade nel mondo reale e non in quello fantastico delle idee ne è la prova. Lo sa bene e ne è, purtroppo, esperto chi viene sfrattato da casa perché non riesce a pagare l'affitto e le tasse e le bollette e pure da mangiare con lo stipendio meschino per un duro lavoro, senza contributi previdenziali e, quindi, con la prospettiva di essere un giorno nella lista dei poveri assistiti dallo Stato.
Magari il nostro Stato fosse come la Svezia e la Finlandia, magari potessimo essere tutti soddisfatti come gli svedesi e i finlandesi! Purtroppo, siamo sempre più lontani da quel modello e noi italiani sempre più disperati, a causa di leggi ispirate ad un liberalismo che è, oggi, tirannico e brutale.
Siamo arretrati di almeno trecento anni nel processo di civilizzazione democratica. Ci vorrebbe una terza rivoluzione industriale. Guidata da chi, però?
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